Storie residenti: Andrea

Andrea di anni ne ha quarantatré. Tanti, perché molti di questi fanno parte di una storia segnata da fragilità e da una lunga ricerca di un equilibrio.
Il presente, però, è ricco di speranza: un continuo cammino, giorno dopo giorno, verso il miglioramento e l’autonomia, anche se i ricordi del passato emergono uno dopo l’altro. Lui però è consapevole: come uno spettatore del cinema rivede quel film e trova la trama.
La vita lo ha sorpreso presto. A diciotto anni aveva perso la casa in eredità, venduta dopo il divorzio della madre. «Ero a Verona, lavoravo come tornitore. Alla notizia mi venne un collasso. Fui ricoverato. Mia madre mi disse di non tornare a casa perché non c’era più un posto. Sono rientrato in Sardegna senza casa e senza nulla».
Andrea ha conosciuto il momento in cui non hai nulla, nemmeno un letto in cui dormire o una spalla su cui appoggiarti. Fu allora che il CSM di Quartu gli trovò un posto in comunità alla Maddalena Spiaggia, vicino a Capoterra. «Avevo vent’anni, tanta vergogna e davanti a me molta gente che stava male. Dovevo abituarmi, però. Poi quella comunità chiuse, io non accettai il trasferimento e andai a vivere in strada. Dormivo dove capitava. Vedevo tante persone messe male, gente che mai avrei detto. Nel 2002 andavo a mangiare alla mensa e mi recavo al CSM per la puntura. Poi mi hanno dato la pensione e un amministratore che mi ha seguito».
Arriva nel mondo Agape per la prima volta nel 2011. «Vivevo in un dormitorio della Caritas, dovevo sempre seguire delle cure. Avvocato e amministratore avevano scelto per me una casa nuova, qualche anno dopo, in via Verdi a Quartu, finalmente una Residenza Agape». Era il 2014. Poi si sposta in una residenza a Cagliari in pieno periodo Covid, con tutte le difficoltà e le restrizioni del periodo. «Ora vivo in gruppo indipendente, liberi dagli operatori. Annalisa, il Presidente di Agape, mi ha sempre seguito: mi ha accettato per come sono. So che mi vuole bene. Questo mi fa felice e mi fa sperare di andare avanti sempre al meglio».
Ricorda bene i primi giorni sotto un tetto sicuro. «La sensazione era bella: la compagnia di persone che se ne fregavano dei problemi, che andavano avanti, anche se erano in cura. La prima notte fu tranquilla, come se fossi sotto le stelle di fine estate. Non c’era il caos dei dormitori, c’era ordine e tranquillità. Mi lasciava stupito». E subito nacquero le prime amicizie. «Mi legai con Roberto, un caro amico che non c’è più, e con Gianluca. Li accompagnavo in camera, attaccavo lo stereo per ascoltare musica, facevo favori. Gli volevo bene».
Andrea si definisce una persona generosa. «Mi piace fare del bene, sono credente. Sento che il Signore vuole che lo facciamo, e questo mi fa star bene». Nel tempo ha imparato un concetto importante: «Capire il mio problema e differenziarlo. Il mio obiettivo è ridurre le medicine, che prendo da diciassette anni. Ho compreso che stare con gli altri significa poter star bene. I gruppi appartamento mi hanno aiutato tanto».
Le sue giornate hanno un ritmo preciso: «Mi sveglio, saluto e scherzo con l’operatore, gli offro sempre un caffè ma non lo vuole mai. Perché? Non l’ho mai capito! Poi prendo la terapia, lavo cucina e camera, ascolto la radio. Quasi tutti i giorni vado a messa. Ho fatto amicizia con tanti, racconto le mie difficoltà e il desiderio di stare bene senza medicine».
La musica è una compagna fedele. «Mi piace cantare Vasco Rossi, De André, Lunapop. Ho trovato felicità incontrando altri che cantano e tirano fuori le qualità che hanno dentro. Ascolto anche vecchie canzoni sarde e americane, Piero Marras. Quando le ascolto rivivo quei momenti come se tornassi indietro».
Il sogno? Una vita autonoma. Anche con un lavoro che gli permetta di avere un reddito, oltre alla pensione. «Vivere in una casa e recuperare indipendenza. Magari fare il bidello, perché mi ricordo i bidelli della scuola, o lavorare alla cassa di un market. Ho studiato, ho fatto l’alberghiero, poi mi sono bloccato per le crisi. Però oggi, da un angolino buio, ho visto un pezzo di luce e spero che ci sia sempre più luce».
Andrea ha sempre i rapporti con la madre. «La sento spesso, ma la mia vita è qui e sono contento di essere in un percorso di autonomia». Guarda anche agli altri, e negli altri rivede sé stesso: quando arrivano nuovi residenti nelle case di Agape, prova sempre a farli sentire accolti. «Anche se qualcuno non si rivela subito amichevole, io cerco di aiutarlo: gli offro un caffè, compro un pacchetto di sigarette, mi offro di lavare i piatti. Voglio che stiano bene».
A breve lo attende un nuovo trasferimento, ma la fiducia nel futuro non manca. «Andrò nella casa di via Liguria. Sono felice, è un’altra zona, diversa da quella di via Garibaldi». Sorride, e aggiunge con ironia: «anche là farò tanti buoni caffè!».